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  ANNO V - N° 245                                             Italy Work News Supplemento di www.monitorenapoletano.it
  

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Alessandro Marvelli, number one in Usa | Stampa |

L’ESCLUSIVA SCENOGRAFIA

Marvelli, number one in Usa

di Ciro Lucci

LOS ANGELES. 5-6 agosto 2014 - In esclusiva per il nostro giornale, abbiamo avuto l’onore di parlare con una delle più giovani personalità italiane a farsi strada negli Stati Uniti. Il talentuoso scenografo pescarese al giorno d’oggi è in continua evoluzione spingendo la sua creatività verso ogni apparente limite.

Tra spot televisivi per Alfa Romeo, video musicali per band come Linkin Park e Fun, fino ad arrivare al cinema lavorando persino per la 20th Century Fox. L’artista italiano ci racconta la storia della sua vita e l’amore per la passione che lo ha portato a vivere il suo sogno.

 

Ciao Alessandro, potresti presentarti ai nostri lettori e spiegare in cosa consiste la tua professione?

«La mia professione è quella che in Italia chiamiamo Scenografo, qui chiamato ormai da decenni “Production Designer”, in quanto figura diventata leggermente più orientata nell’essere ago della bilancia tra il regista ed i produttori (dare vita alla visione del regista in ogni forma, allo stesso tempo salvare costi ed aiutare nella pre-produzione attraverso una più attenta scelta di materiali precisi, locations e accordi con brand e firme)».

La tua carriera dal 2007 ad oggi ha preso una piega tanto imprevedibile quanto incredibile. Ti sei trasferito a Los Angeles portando tutto su un livello ancora più alto e lavorando con delle vere e proprie leggende come Mark Pellington, Jerry O’Flahery e tanti altri. Quali sono state le principali ragioni che ti hanno portato ad andartene dall’Italia?

«Sì, è successo tutto in maniera così intensa che non credo di riuscire ancora rendermi conto di questa forma di sogno fisico e mentale che sto vivendo giorno dopo giorno, progetto dopo progetto. Ogni volta che torno a visitare la mia famiglia in Italia (Pescara, la città in cui sono cresciuto ed a cui sono legatissimo!) percepisco d’improvviso la differenza tra la mia vita ora comparata a quella di 7 anni fa. A dir la verita’, non sono andato via dall’Italia per nessuna ragione legata al lavoro: a 24 anni credo che ogni ragazzo/a abbia una fiamma a bruciar l’anima e sente il bisogno di scoprire cosa c’è dentro se stessi, attraverso il concetto di viaggio, attraverso la scoperta di cio’ che e’ sconosciuto e sembra lontano da qualche parte nelle stelle. Io ho la fortuna di avere una famiglia per certi versi perfetta: mi hanno sempre supportato allo stesso tempo spiegandomi sempre le conseguenza di ogni mia mossa. Molti consigli di mia madre, mio padre e Noemi sono ogni giorno ossigeno per il mio cervello. Ho preso quindi e sono partito, prima a Londra dove ho scritto la tesi di laurea e poi Los Angeles. Dal mio arrivo qui in quella sera di settembre del 2006, il tempo appunto mi è fuggito via e non so più come bloccarlo ma, soprattutto, non so come spiegarlo».

Lavorare a progetti così diversi tra loro come video musicali, spot televisivi, film e tanto altro non deve essere facile. Come tieni allenata la tua versatilità?

«Muoversi continuamente da genere in genere e da progetto in progetto non e’ facile ma allo stesso tempo questo e’ proprio il nucleo che tiene viva la mia curiosita’, insegnandomi quotidianamente nuovi dettagli. “L’allenamento” come lo hai giustamente chiamato tu, consiste in una sola regola che io mi impongo e provo a tenere accesa nella mia squadra: imparare dai bambini e provare a guardare ogni cosa con i loro occhi. Trasformare i nostri pensieri ed idee e fare in modo di dare un approccio magico e puro ad ogni set. La mente dei bambini mi affascina perché riesce ad inventare storie dal nulla e creare semiotica in qualsiasi situazione, anche in quelle tristi e di paura».

Ritornando ancora una volta indietro nel tempo, dopo l’università (La Sapienza di Roma) sei stato onorato di avere la grandiosa opportunità di partecipare al "Digital Movie Designer Program". Questo ha permesso di porre le basi per attirare l'attenzione degli "Adhesive Games" e sei arrivato a curare la campagna commerciale del loro nuovo videogioco "Hawken". Al giorno d'oggi è ancora acceso il dibattito secondo cui il videogioco sia giunto ad essere una vera e propria nuova forma d'arte, tu cosa pensi al riguardo? Credi che un'avventura videoludica possa essere uno showcase di design e anche un buon modo per raccontare una storia?

«Il media Videogame ha già vinto la sfida economica con il cinema sin dal 2000. Allo stesso tempo esso non e’ ancora maturo in quanto le tecnologie per alimentare l’esperienza interattiva sono rimaste un po’ bloccate in questo decennio a causa della grossa crisi finanziaria mondiale. Tra 20 anni il videogame sarà affermato come l’ottava arte. Esisteranno sempre più videogame stars e premiazioni internazionali. Il cinema è la settima arte. Al contrario di molte persone del campo io, essendo un amante del cinema molto piu’ che del videogame, sono felice di questa transizione economica: credo sia una grossa fortuna per il cinema se i soldi si dislocano verso il videogame. Finalmente ci libereremo di questi blockbuster film-franchising e progetti tutti identici, che hanno fatto diventare il Cinema un simulacro, un corpo visivo pieno di effetti ed acrobazie tutte uguali ma vuoto e povero all’interno. Senza soldi finalmente torneranno ad esserci dei veri filmmakers intesi come maestri di cinema e non squali di successo e soldi».

Curare un aspetto così delicato del progetto "Hawken" ti avrà portato non poche pressioni immagino. Qual'è stata la più grande lezione che hai appreso da quell’esperienza?

«Non c’è motivo di provare pressioni se si segue il proprio istinto. Sin dai primi progetti, ho deciso di pensarla in maniera diversa dalla classica “politica” del cinema: i sorrisi finti servono a poco, i complimenti tantomeno. E’ importante per me instaurare sempre un rapporto VERO con i registi, produttori, direttori della fotografia, attori sul set, eccetera. Lo stesso concetto vale anche per come gestisco la mia squadra: io mi aspetto che loro lavorino come leoni e loro aspettano la stessa cosa da me. Ed ogni problema va valutato insieme, con onesta’ e ragione. E’ importante dimostrare a tutta la squadra che io sia umano, pieno di problemi ed incertezze e che senza l’apporto di ogni singolo io sono Mr. Nessuno».

L’interesse verso l'interazione tra uomo e computer sembra essere la colonna portante della tua passione. Qual è secondo te il media che riesce ad avvicinare i due mondi nella maniera più approfondita e perchè?

«Appunto il videogame, avendo come peculiarità l’Interazione. Un piccolo esempio: se guardi un film, il punto di vista del protagonista e’ deciso mesi e mesi prima dal regista e rimarra’ quello per sempre. Nel videogame il videogiocatore piu’ muovere il punto di vista del protagonista e farlo guardare dove vuole. Il videogame ed il cinema: l’attivo contro il passivo. Entrambi sono una splendida scelta per l’essere umano, non c’è migliore o peggiore».

Hai lavorato a numerose pellicole e sappiamo che hai contribuito anche ad un cortometraggio promozionale per il blockbuster "Apes Revolution - Il Pianeta Delle Scimmie". Puoi approfondirci il tuo ruolo in questo grande progetto?

«La 20th Century Fox e Vice hanno deciso di girare un Prologo dove appunto venivano raccontati i dieci anni precedenti ai fatti narrati nel film. Questo progetto e’ stato abbastanza duro anche perche’ ci fu un brutto incidente nel mezzo delle riprese nel Nord della California: l’auto su cui viaggiavano il regista, il direttore della fotografia, il produttore ed il gaffer si e’ schiantata frontalmente sull’autostrada contro un altro veicolo. Per raccontarla breve: tanto sangue, le riprese vennero bloccate, si vociferava di morti. Due settimane dopo eravamo tutti insieme ancora una volta, a finir di girare il progetto con il regista e gli altri tutti un po’ “distrutti” e con ossa rotte ma perfettamente in fase di recupero. Devo per forza menzionare la forza d’animo che il produttore e mio amico Taylor ha avuto durante quei giorni. È  riuscito a rimettere in sesto un progetto in pochi giorni e con i pochi soldi rimasti. Siamo tutti davvero soddisfatti della qualità del risultato».

Parlando di cinema, potresti dirci 3 film che ti hanno cambiato la vita e che ritieni siano un grande punto di riferimento per chi vuole fare lo scenografo?

«Da anni, almeno una volta ogni due mesi guardo quello che considero il mio film preferito: “Nuovo Cinema Paradiso”. Tutti i film del maestro italiano Mario Bava sono anch’essi importanti punti di riferimento. Guardo poi molti film d’animazione giapponese perché hanno soluzioni visive nascoste nei colori che colpiscono il cervello dello spettatore in maniera intrinseca. Secondo me, la base di ogni scenografia è il colore».

Nel corso della tua carriera hai anche aiutato a trasformare la musica in immagini attraverso degli splendidi video musicali. "Staying In Love" di Raphael Sadiq, "Why I'm The One" dei Fun e "Bonfire Heart" di James Blunt sono solo alcuni dei grandi progetti a cui hai preso parte. Quali sono le principali differenze tra il creare degli scenari partendo dalla tua mente o crearli venendo ispirati anche dalle note e dalle parole della musica?

«Nei Music Video l’unico limite è la mia immaginazione: i budget non sono importanti, la politica ed i sorrisi nemmeno. Un piccolo giocattolino nel mezzo di una stanza abbandonata dove piove cenere, una vecchia automobile in fiamme davanti ad una coppia che si bacia… Tutto puo’ diventare simbologia perfetta in una canzone. Chi decide di lavorare nei music videos lo fa perche’ sente il bisogno di sperimentare artisticamente attraverso il rapporto tra sensazioni e visioni. Al contrario, quando curo le scenografie per film devo, per forza di cose essere piu’ ancorato alla realta’. Bisogna stare attenti ai dettagli ed essere concreti perche’ lo spettatore che guarda il film sa cosa sta guardando».

In queste ultime settimane hai lavorato con il leggendario Mark Pellingon per il prossimo video dei Linkin Park "Final Masquerade", abbiamo saputo che il concept si baserà sul concetto di "bellezza" nell'epoca moderna e dei falsi standard che si sono creati, puoi dirci di più al riguardo?

«Ho curato le scenografie dei suoi ultimi 4 video e del film “Lone”  ma devo dire che in Final Masquerade Mark è riuscito a creare ancora una volta opera d’arte nella sfera delle percezioni e dei sensi. In Final Masquerade sono sempre presenti le tematiche a lui piu’ care come la vita e la morte, la natura e la bellezza. Ha pero’ lasciato nel cassetto le sue ombre gotiche, la paura, i ricordi, il sangue, il dark, l’ansia. Il risultato e’ un’opera visiva piu’ lineare e di piu’ semplice percezione all’impatto. Rispetto ai primi tempi in cui ho lavorato con lui, posso dire che Mark e’ piu’ felice e sereno nella sua vita privata ed il riflesso si inizia a vedere in questo video e sicuramente emergera’ di piu’ nelle sue prossime opera».

Com’è stato lavorare con Pellingon?

«Quando ero piccolo ho sempre amato i suoi video perché erano diversi dalla classica logica narrativa a-b-c ma riuscivano ad imporsi nel mio cervello come una tempesta di strane forme, colori, materiali, luoghi impossibili. Credo che Mark, come ogni artista, segua un percorso preciso di cui forse non si rende conto ma che alla fine e’ sempre riconoscibile nello stile e nelle sensazioni che emana. Ritrovarmi a 30 anni ad essere pagato per entrare nel suo cervello ed aiutarlo a rendere vere e tangibili le sue nuove visioni è per me un privilegio unico».

Puoi dirci qualcosa sui prossimi progetti a cui prenderai parte?

«In questi giorni sono in produzione per un film prodotto da John Legend e Mad Horse Films. Il film e’ un dance-movie (il regista e’ lo scrittore degli ultimi “Step-Up”) sulle nuove star che stanno emergendo grazie al World Wide Web. Allo stesso tempo io ed il mio team stiamo preparando una pubblicità per la Nissan ed una serie di 4 installazioni di 10 metri per 3 che andranno a completare le vetrine dello show-room del designer di mobili Christopher Guy a Beverly Hills».

A chi, come te, sta cercando di vivere un sogno seguendo la propria passione ma vive in Italia dove la situazione non è certo delle migliori, quali consigli daresti?

«Innanzitutto provare a battersi per il rispetto verso ogni cosa e non giudicare. Da italiano medio sono cresciuto con una forte voglia di esprimermi ma allo stesso tempo terrorizzato dal “giudizio” di cio’ che una libera espressione, visiva o di sentimenti comporta. Cio’ che imparo giorno dopo giorno stando via dalla mia vecchia realtà è estinguere le forme di giudizio che il mio cervello crea continuamente ed a muovermi in avanti con un sorriso, anche attraverso errori e fallimenti. In parole povere, noi italiani dovremmo filosofeggiare di meno nei pub e fare di piu’, sporcandoci le mani senza vergogna».

 

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