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MONITORE NAPOLETANO
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Direttore: Giovanni Di Cecca

8° Giorno di Guerra Stampa
Scritto da Giovanni Di Cecca   
Sabato 26 Marzo 2011 18:54

Con oggi, inizia l’ottavo giorno di Guerra e finisce la prima settimana.

Più che parlare delle importanti “vittorie” che la coalizione ha avuto verso le forze fedeli a Gheddafi (giusto per citare un po’ la Nostra storia, sembra di rileggere i numeri del 1799 quando si parlava delle truppe Sanfediste), forse è giusto ed e giunto il tempo di riflettere sull’attuale Costituzione della Repubblica Italiana e farci pubblicamente delle domande che probabilmente sono abbastanza scomode.

Il vero problema è l’articolo 11:

 

Art. 11

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Come in più di una occasione il Presidente Napolitano ed il Premier Berlusconi hanno sottolineato, l’Italia non è un paese in Guerra, ma affianca gli altri paesi della cosiddetta “Coalizione dei Volenterosi”.

 

Già nel secondo giorno di guerra, osservai che, con buona pace di tutti, eravamo in guerra contro “l’amico” Gheddafi e la Libia.

 

A questo punto mi sovviene una domanda che ho dai tempi della K-For in Kosovo (da notare che erano i tempi del I Governo D’Alema e della forte componente di estrema sinistra, cosiddetta antagonista. Per capirci quella che sostiene che uno che attacca con un estintore un’altra persona disarmata, è un santo!): «Perché dobbiamo attendere interminabili discussioni parlamentari con annesse “figurelle” per poi intervenire ugualmente con tutte e due le mani legate, quando paesi a noi fratelli (più o meno) come Francia ed Inghilterra con veloci azioni parlamentari intervengono e fanno pure bella figura agli occhi internazionali?»

Questo problema non è da poco, anche alla luce di una Costituzione tanto moderna da essere stata la prima in Europa ad eliminare la Pena Capitale in coerenza con la visione del Beccaria (gli altri grandi paesi europei ci hanno messo del tempo) ed al contempo drammaticamente figlia della II Guerra Mondiale nella volontà e capacità di offendere per difesa, qualche volta anche agendo in solitaria.

Frase forte che mi accingo ad illustrare.

Se possiamo affermare senza ombra di dubbio che le rivolte dell’area del Magreb sono state risolte senza gravi spargimenti di sangue, ed i popoli di quell’area si sono autonomamente riorganizzati, discorso diverso merita la Libia.

Già nel momento in cui il 20 marzo circolavano le voci secondo le quali Gheddafi se ne era andato da Tripoli per riorganizzare la ripresa del potere, forse un attacco Italiano (in accordo con USA e NATO) poteva essere giustificato, non fosse altro per evitare, come è accaduto, che ondate di disperati attraccassero sulle coste di Lampedusa.

Non dimentichiamo anche un altro problema, secondo i trattati Italia-Libia, quest’ultima si adoperava ad un controllo dei propri confini affinché non ci fossero sbarchi di clandestini. Nel momento in cui questo viene meno per la forza del popolo libico di ribellarsi (e non possiamo escludere rapporti segreti tra ribelli e Francia, tant’è che a Bengasi sventolava la bandiera francese), l’ovvia azione di ritorsione che ci saremmo dovuti aspettare verso l’Italia e l’Europa non sarebbe stato militare (non ne ha le forze) ma umano: lasciare libere le frontiere e mandare al massacro disperati in fuga sia dalla Libia che dalle nazioni limitrofe storicamente disagiate.

Noi ci siamo trovati ad entrare in guerra non tra le prime linee ma in seconda battuta (e non dimentichiamo che in Libia ci sono le nostre aziende strategiche, prima tra tutte l’ENI), perché da un lato avevamo rapporti troppo stretti con Gheddafi e dall’altro in questo Paese non si può per “statuto” usare la parola guerra.

Ma non è più semplice spiegare alla massaia che si vuole proteggere non dichiarando in pubblico che siamo in guerra, che per proteggere lei, i suoi figli ed il popolo italiano, qualche volta è necessario bellum gerere (ovvero dichiarare guerra)?

Con azione di controllo delle frontiere sul territorio libico, la bella isola di Lampedusa non avrebbe visto saltare le prenotazioni della stagione estiva, con un costo sulle nostre tasse per la richiesta di stato di calamità e non avremmo avuto migliaia di persone da gestire.

Dopo 60 anni dalla fine della Guerra e dalla caduta dello spauracchio Mussolini, io credo che l’Italia da stato maturo e consapevole di se stesso, possa agire in offesa per difendere se stesso ed il proprio avvenire.

 

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Periodico mensile registrato presso il Tribunale di Napoli Num. 45 dell' 8 giugno 2011
ISSN 2239-7035 (del 14 luglio 2011)
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