LIBERTÀ
EGUAGLIANZA
MONITORE NAPOLETANO
Fondato nel 1799 da
Carlo Lauberg ed Eleonora de Fonseca Pimentel
Anno CCXXIII

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Direttore: Giovanni Di Cecca

L'Italia sulla strada della libertà economica Stampa
Scritto da Tommaso Manzillo   
Martedì 24 Gennaio 2012 11:20

L’Italia non è un Paese liberale. Lo dimostrano i diversi fatti di economia che stanno lacerando il mondo politico in questi giorni. Ma è tutta la storia dell’unità italiana a dirci che fin dalle origini si sono sempre elevate dal popolo, ieri dai contadini, oggi dagli operai, impiegati e pensionati, tante e sempre più forti domande di libertà in ambito economico. Sono tutti quegli operatori che quotidianamente devono muoversi in un mercato caratterizzato da una concorrenza molto spesso sleale, dove manca persino la certezza del diritto, a chiedere maggiore apertura nel mondo economico, mentre altri si trovano ad operare in ambienti protetti da leggi e disposizioni varie preparate per loro dall’amico politico, in cambio di tornaconti personali e fini elettoralistici. Ma sono anche i consumatori italiani a chiedere maggiore offerta di beni e servizi, per poter confrontare e scegliere il miglior rapporto tra qualità e prezzi, in una logica premiante il mercato migliore. È l’Italia dei poteri forti, delle lobby che pretendono sempre di mantenere lo status quo, perché a loro interessa soltanto il proprio ovile: come biasimarli se questo è nella stessa indole umana? Lo stesso decreto sulle liberalizzazioni sta a significare che il mondo produttivo principalmente esige e pretende di lavorare in condizioni di concorrenza, alla pari di tutti gli altri settori, segno evidente che veramente il nostro Paese presenta un serio deficit in tema di libertà economica.


Le tante manifestazioni di protesta che si levano contro queste tipologie di provvedimenti sono la dimostrazione evidente delle numerose rendite di posizione che inibiscono ogni forma di libera concorrenza, barrando la strada della crescita e dello sviluppo, anche sociale. Questo è solo un provvedimento parziale, perché molti settori sono stati lasciati fuori per le troppe pressioni presenti, e molto più in profondità si poteva giungere in quelli già toccati. Accanto all’allargamento del numero delle farmacie sarebbe stato ideale aggiungere la possibilità di vendere i farmaci di fascia C, con la ricetta medica, nelle parafarmacie e nei supermercati. Ma per tutti e per tutto arriverà il tempo.

 

 

Certamente, questo provvedimento era doveroso, perché rappresenta la risposta a quello varato prima di Natale, e che consisteva in un aumento eccessivo della pressione fiscale, soprattutto durante questa congiuntura economica, piuttosto pesante e negativa. La rabbia sta solo nel fatto che tutte quelle formazioni politiche che si richiamano agli ideali liberali, non siano state in grado, in questi diciotto anni di governo, di mettere in piedi un provvedimento di queste proporzioni, passando la palla al governo tecnico, per poi offrire un appoggio mascherato di principi liberali.

L’effetto immediato che avrà il decreto in esame non sarà un generale abbassamento dei prezzi per quei settori interessati, perché l’intento principale rimane quello di creare nuove opportunità di lavoro, con lo snellimento burocratico per le nuove iniziative economiche e l’istituzione del tribunale delle imprese, per i giovani (pensiamo alle società semplificate a responsabilità limitata, o allo studente tirocinante per l’iscrizione in albi professionali), per le donne, per chi è stato scaraventato fuori a causa della crisi, dandogli la possibilità di rientrarvi. Nuovi notai (500), apertura di nuove farmacie (una ogni 3000 abitanti), più libertà nei settori professionali (abolizione delle tariffe e obbligo del preventivo di spesa se richiesto dal cliente) sono alcune delle condizioni indispensabili per creare lavoro, quindi più reddito, quindi ancora il ritorno in termini di maggiori introiti tributari per lo Stato e, di conseguenza, una eventuale riduzione del carico fiscale su famiglie ed imprese. Più lavoro vuol significare anche maggiore offerta di servizi di qualità a prezzi di concorrenza, perché veramente il problema di questa crisi economica è anche rappresentato dall’elevato livello dell’inflazione, che sta strozzando il mondo produttivo e dei percettori di basso reddito con sempre e nuovi rincari: dai carburanti con la rivolta dei “forconi”, alle addizionali sul gas ed energia, passando per le tariffe autostradali, oltre alle materie prime.

Si comprende perfettamente il timore dei diretti interessati contro il processo delle liberalizzazioni, pensiamo ai tassisti che vedono una forte svalutazione della propria licenza, pagata a peso d’oro. Ma questa è la logica conseguenza di un sistema che è andato avanti per troppo tempo, frutto di scambi di favori per scopi elettorali tra la politica e questi settori economici privilegiati. Un sistema di protezione sociale cui nessuno, in questi anni, ha mai cercato di correggere per non urtare la suscettibilità dei poteri forti, minacciando ritorsioni elettorali. Ma non si comprende neppure perché in tanti settori del mondo produttivo operano diversi soggetti che quotidianamente si fanno la concorrenza a vicenda, anche la più spietata, e certi settori godono invece di rendite di posizione perché salvaguardati dal protettore politico di turno, provocando un ingessatura economica non indifferente. E chi contesta che maggiore libertà economica implica un peggioramento delle condizioni sociali, risponde la storia economica del mondo, che ha sempre conosciuto sviluppo dove è stato coltivato il seme della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza, oltre che le tante lotte condotte dai padri del pensiero liberale italiano (L. Einaudi, A. De Viti De Marco, V. Pareto, M. Pantaleoni, G. Mosca, G. Salvemini). È il lavoro che crea la ricchezza e non le rendite di posizione. E questo viene dimostrato dalla lenta e quasi piatta crescita del P.I.L. registrata negli ultimi vent’anni, dopo essere stati protagonisti della scena economica con tassi di sviluppo veramente elevati. Sono provvedimenti che negli altri Paesi europei sono stati adottati molti anni fa, e che hanno consentito tassi di crescita da primato. Dal decreto varato venerdì scorso, secondo le previsioni del Governo, si aspetta una crescita aggiuntiva del prodotto interno lordo nell’ordine dell’1 percento annuo, perciò occorre rivolgere un appello alle forze politiche affinché apportino altre e più profonde modifiche migliorative, pensiamo al mondo delle Poste, delle Ferrovie, e soprattutto a quell’apparato di municipalizzate in mano agli enti locali, e che oggi versano in stato di forti deficit a carico di tutta la collettività del territorio. Anche contro queste realtà locali andrebbero indirizzati nuovi provvedimenti per iniettare maggiore concorrenza in vista della salvaguardia anche dei loro conti pubblici, appesantiti da scelte amministrative ispirate da logiche spartitorie piuttosto che da sani principi egualitari e liberali.

Questo deve essere soltanto il primo passo affinché l’Italia diventi un Paese liberale in tutti i campi dell’economia, per divenire nuovamente protagonisti della nuova ripresa economica, che presto tornerà ad affacciarsi, trovandoci preparati per nuove sfide sulla strada della libertà e dell’uguaglianza.

 

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Periodico mensile registrato presso il Tribunale di Napoli Num. 45 dell' 8 giugno 2011
ISSN 2239-7035 (del 14 luglio 2011)
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