| 250° Anniversario della Dichiarazione di Indipendenza Americana e l'impronta di Filippo Mazzei |
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| Scritto da Giovanni Di Cecca |
| Sabato 04 Luglio 2026 10:43 |
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Il 4 luglio 1776 a Filadelfia fu firmato uno degli atti più importanti della storia moderna: La dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d'America. Vediamo in questo articolo le cause che portarono alla Dichiarazione di Indipendenza e l'influenza dell'Illuminismo Napoletano che consrtibuì in modo determinante alla successiva Costituzione Americana
Le conseguenze della Guerra dei 7 anni Fino a quel giorno, quello che oggi consideriamo gli Stati Uniti d'America, erano una delle grandi colonie dell'Impero del Regno Unito di Gran Bretagna (lo diventerà dopo l'India, ma solo dal 1856 in poi). Alla base della dichiarazione di indipendenza ci furono due preamboli importanti il primo la Guerra dei 7 anni tra Inghilterra e Francia (1756-63) che mise fine alla dominazione francese sui territori canadesi ed ebbe l’effetto di liberare le colonie dalla minaccia francese., il secondo, quella da parte di Re Giorgio III d'Inghilterra di ripianare il debito pubblico a causa della guerra, aumentando le tasse sulle colonie americane, nello specifico:
A quella legge, i coloni rifiutarono di obbedirein quanto approvata senza il loro consenso e senza che vi fosse una loro rappresentanza nel Parlamento inglese, rifacendosi al principio No taxation without representation (nessuna tassazione senza rappresentanza). Vi furono movimenti di piazza e fu organizzato il boicottaggio delle merci inglesi. Di fronte alla protesta dei coloni, la legge sul bollo fu abrogata ma fu sostituita con una serie di imposte indirette su alcune merci (carta, vernici, piombo, tea), che le colonie importavano dall’Inghilterra. I boicottaggio del tea, il Boston Tea Party La Compagnia delle Indie Orientali ebbe dal Parlamento Inglese il monopolio della commercializzazione del Tea nelle colonie aggirando gli intermediari americani, che fino a quel momento avevano goduto di un discreto giro d'affari Ciò comportò un atto di ribellione sostenuti dall’opinione pubblica e dalle organizzazioni popolari dei Figli della libertà (Sons of Liberty), che culminò con il clamoroso Boston Tea Party: il 16 dicembre 1773 alcuni Figli della libertà, travestiti da Indiani, assalirono le navi della Compagnia delle Indie alla fonda nel porto di Boston e gettarono in mare il carico di tea Re Giorgio III mal tollerò la rivolta ed fece varare il Coercitive Acts che, tra l’altro, concentravano il potere nelle mani delle autorità inglesi, annullando le libertà locali. Come prevedibile ciò comportò una reazione da parte delle colonie e il 5 settembre 1774, si riunì a Filadelfia il cosiddetto primo Congresso continentale, formato da 55 delegati delle colonie americane. Dodici colonie inviarono loro rappresentanti, mentre la Georgia, la Nuova Scozia, le due Floride e il Québec non mandarono rappresentanti. Le posizioni lealiste come era ovvio, furono respinte e prevalsero le posizioni dei radicali capeggiati dai delegati della Virginia, George Washington, Patrick Henry e Richard Henry Lee, e del Massachusetts, Samuel Adams e John Adams. Il Congresso continentale, che proclamò nulle le “leggi intollerabili” (così erano chiamate nelle colonie il Coercitive Acts) ed organizzò il boicottaggio economico contro l’Inghilterra e diede vita a una Associazione continentale per la politica economica. Le assemblee coloniali incominciarono a costituirsi come poteri indipendenti. Le trattative fallirono per il problema cruciale del diritto sovrano del Parlamento britannico di legiferare sugli affari delle colonie e i colloqui si interruppero il 16 febbraio 1775 dando inizio a quella che è nota come la Guerra di Indipendenza Americana. La Guerra di Indipendenza Di fatto gli eventi del Boston Tea Party portarono ad un conflitto tra coloni ed Inghilterra che si tramutò in un conflitto su vasta scala: Patrioti: Tredici colonie (1775), Colonie Unite (1775-1776), confluite in Stati Uniti d'America (dal 1776), Vermont, Regno di Francia, Regno di Spagna, Province Unite (l'attuale Paesi Bassi), Co-belligeranti: Volontari polacchi, Volontari prussiani, Ribelli del Québec, Nazione Oneida (sono una prima nazione di nativi americani e una delle cinque nazioni fondanti della lega irochese nello stato di New York. Gli irochesi si chiamano tra loro Haudenosaunee,"Il popolo della lunga casa", in onore al loro comune modo di vivere in queste abitazioni.)
vs. Inglesi: Regno di Gran Bretagna, Lealisti, Quebec, Nuova Scozia, Florida occidentale, Florida orientale, Elettorato di Hannover Co-belligeranti: Assia-Kassel, Confederazione irochese (sono una popolazione di nativi americani originariamente stanziata nella regione dei Grandi Laghi, tra gli attuali Stati Uniti d'America e il Canada) La battaglia di Bunker Hill Le notizie degli scontri di Lexington e Concord arrivarono a Londra alla fine di maggio 1775 e fecero capire al governo britannico che la resistenza americana era più forte e organizzata del previsto. Poco dopo, il generale Gage affidò al generale William Howe l’attacco contro le posizioni dei ribelli sulle alture vicino Boston. Il 17 giugno 1775 Howe assalì le colline con circa 2.500 soldati, ma sottovalutò le difese americane. Durante la notte, infatti, i miliziani avevano occupato Breeds Hill e rafforzato le proprie posizioni. I primi due attacchi britannici furono respinti con gravi perdite, grazie al fuoco preciso degli americani guidati anche da Israel Putnam. Solo al terzo tentativo gli inglesi riuscirono a conquistare l’area. La vittoria britannica fu però molto costosa: Howe perse oltre mille uomini, mentre gli americani subirono perdite inferiori e riuscirono a ritirarsi in ordine. Per questo Bunker Hill fu una vittoria solo tattica per gli inglesi, ma politicamente e moralmente rafforzò i ribelli, dimostrando che i coloni erano combattenti determinati e capaci. La battaglia cambiò anche la percezione britannica della guerra. Molti ufficiali avevano considerato i coloni inadatti al combattimento, ma gli scontri di Lexington, Concord e Bunker Hill mostrarono il contrario. Gage stesso riconobbe la disciplina e la tenacia dei ribelli. Dopo Bunker Hill, il governo di Lord North comprese che la crisi non poteva essere liquidata facilmente. Alcuni ministri temevano che la forza militare non bastasse, anche perché la guerra si sarebbe combattuta molto lontano dalla Gran Bretagna. Re Giorgio III, invece, spinse per una repressione dura. Nel corso del 1775 Londra decise quindi di inviare rinforzi, preparare una grande spedizione militare per l’anno successivo e sostituire Gage. Il re dichiarò ufficialmente le colonie in stato di ribellione e il Parlamento sostenne misure severe, tra cui il blocco navale, l’aumento delle forze armate e il possibile uso di mercenari stranieri. Intanto il conflitto si allargò anche alla Virginia. Il governatore Lord Dunmore, rifugiatosi su una nave britannica, proclamò la legge marziale e cercò di reprimere i ribelli. Le milizie guidate da Patrick Henry prevalsero e, dopo la sconfitta britannica a Great Bridge, Dunmore fece bombardare Norfolk prima di lasciare definitivamente la colonia. Verso la Dichiarazione di Indipendenza Il 7 giugno 1776 Richard Henry Lee, delegato della Virginia, propose al Congresso continentale tre decisioni fondamentali: riconoscere le colonie come Stati indipendenti, permettere loro di stringere alleanze con potenze straniere e avviare la creazione di una confederazione. Le proposte provocarono un acceso dibattito. Alcuni delegati, come Samuel Adams, le sostennero subito, mentre altre colonie, tra cui Pennsylvania e Carolina del Sud, mostrarono forti perplessità. Anche New York esitò, perché i suoi rappresentanti non avevano ricevuto istruzioni chiare dal proprio congresso provinciale. Per evitare una spaccatura immediata, il Congresso decise di rimandare la discussione di tre settimane, così da lasciare tempo alle colonie di esprimersi. Tuttavia, i sostenitori dell’indipendenza riuscirono comunque a far nominare una commissione di cinque membri incaricata di preparare un testo ufficiale. Nei giorni successivi alcune colonie approvarono l’idea dell’indipendenza, come New Hampshire, Maryland e New Jersey. Nonostante ciò, al momento della prima votazione del 1º luglio, non c’era ancora unanimità: Pennsylvania e Carolina del Sud votarono contro, il Delaware era diviso e New York rimaneva incerta per mancanza di indicazioni definitive. La riunione del Congresso di Filadelfia guidata da John Adams, uno dei maggiori leader americani che combatté per l'indipendenza americana, fu un momento fondamentale nella lotta dei coloni contro la Gran Bretagna, tanto che portò la situazione a sfociare in una vera e propria rivoluzione volta a rovesciare la politica esistente, ponendo così in primo piano i diritti dei coloni che fino ad allora non erano stati rispettati dalla madrepatria. Il documento, richiesto e scritto da Thomas Jefferson, non mirò propriamente a definire una nuova forma di governo e pertanto non va confuso con la futura Costituzione degli Stati Uniti d'America. L'obiettivo fu invece quello di rafforzare il supporto interno alla propria battaglia, incoraggiando così l'intervento a proprio favore di alcune potenze europee, in particolare la Francia, che in seguito si unirono al conflitto. la Dichiarazione di Indipendenza La dichiarazione fu scritta dalla cosiddetta Commissione dei Cinque, composta da Thomas Jefferson, che fu il principale redattore della prima bozza, quindi John Adams, Benjamin Franklin, Robert R. Livingston e Roger Sherman. Anche se già due giorni prima, il martedì 2 luglio (data che lo stesso Adams propose, invano, come data ufficiale[12]), il secondo congresso continentale aveva votato per approvare la risoluzione d'indipendenza proposta da Richard Henry Lee, il documento fu ratificato formalmente su carta di canapa la sera di giovedì 4 luglio 1776 nella sala congressi di Filadelfia. Cinquantasei delegati del secondo congresso continentale, chiamati "Padri Fondatori" (Founding Fathers), si unirono nei giorni successivi a porre la propria firma accanto a quella del politico John Hancock, il primo firmatario della carta. Nello stesso documento, si accusava il re (e non più i suoi collaboratori, come in passato) di essere l'unico legame esistente tra i coloni e la Gran Bretagna. L'originale della dichiarazione, ormai quasi illeggibile, è esposto nei National Archives di Washington, museo che custodisce molti documenti, ufficiali e non, dei fatti che hanno segnato la storia degli Stati Uniti. La dichiarazione di indipendenza viene esposta al pubblico assieme alla Costituzione degli Stati Uniti e al United States Bill of Rights nella sala più prestigiosa, chiamata Rotunda per via della sua forma circolare. Il testo «In Congresso, 4 luglio 1776 Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo e assuma tra le potenze della terra lo stato di potenza separata e uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dell'umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione. Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità. Certamente, prudenza vorrà che i governi di antica data non siano cambiati per ragioni futili e peregrine; e in conseguenza l'esperienza di sempre ha dimostrato che gli uomini sono disposti a sopportare gli effetti d'un malgoverno finché siano sopportabili, piuttosto che farsi giustizia abolendo le forme cui sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all'assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l'avvenire. Tale è stata la paziente sopportazione delle Colonie e tale è ora la necessità che le costringe a mutare quello che è stato finora il loro ordinamento di governo. Quella dell'attuale re di Gran Bretagna è storia di ripetuti torti e usurpazioni, tutti diretti a fondare un'assoluta tirannia su questi Stati. Per dimostrarlo ecco i fatti che si sottopongono all'esame di tutti gli uomini imparziali e in buona fede. 1) Egli ha rifiutato di approvare leggi sanissime e necessarie al pubblico bene. 2) Egli ha proibito ai suoi governatori di approvare leggi di immediata e urgente importanza, se non a condizione di sospenderne l'esecuzione finché non si ottenesse l'assentimento di lui, mentre egli trascurava del tutto di prenderle in considerazione. 3) Egli ha rifiutato di approvare altre leggi per la sistemazione di vaste zone popolate, a meno che quei coloni rinunciassero al diritto di essere rappresentati nell'assemblea legislativa – diritto di inestimabile valore per essi e temibile solo da un tiranno. 4) Egli ha convocato assemblee legislative in luoghi insoliti, incomodi e lontani dalla sede dei loro archivi, al solo scopo di indurre i coloni, affaticandoli, a consentire in provvedimenti da lui proposti. 5) Egli ha ripetutamente disciolte assemblee legislative solo perché si opponevano con maschia decisione alle sue usurpazioni dei diritti del popolo. 6) Dopo lo scioglimento di quelle assemblee si è opposto all'elezione di altre: ragion per cui il Potere legislativo, che non può essere soppresso, è ritornato, per poter funzionare, al popolo nella sua collettività, – mentre lo Stato è rimasto esposto a tutti i pericoli di invasioni dall'esterno, e di agitazioni all'interno. 7) Egli ha tentato di impedire il popolamento di questi Stati, opponendosi a tal fine alle leggi di naturalizzazione di forestieri rifiutando di approvarne altre che incoraggiassero la immigrazione, e ostacolando le condizioni per nuovi acquisti di terre. 8) Egli ha fatto ostruzionismo all'amministrazione della giustizia rifiutando l'assentimento a leggi intese a rinsaldare il potere giudiziario. 9) Egli ha reso i giudici dipendenti solo dal suo arbitrio per il conseguimento e la conservazione della carica, e per l'ammontare e il pagamento degli stipendi. 10) Egli ha istituito una quantità di uffici nuovi, e mandato qui sciami di impiegati per vessare il popolo e divorarne gli averi. 11) Egli ha mantenuto tra noi, in tempo di pace, eserciti stanziali senza il consenso dell'autorità legislativa. 12) Egli ha cercato di rendere il potere militare indipendente dal potere civile, e a questo superiore. 13) Egli si è accordato con altri per assoggettarci a una giurisdizione aliena dalla nostra costituzione e non riconosciuta dalle nostre leggi, dando il suo assentimento alle loro pretese disposizioni legislative miranti: a) acquartierare tra noi grandi corpi di truppe armate; b) proteggerle, con processi da burla, dalle pene in cui incorressero per assassinii commessi contro gli abitanti di questi Stati; c) interrompere il nostro commercio con tutte le parti del mondo; d) imporci tasse senza il nostro consenso; e) privarci in molti casi dei benefici del processo per mezzo di giuria; f) trasportarci oltremare per esser processati per pretesi crimini; g) abolire il libero ordinamento di leggi inglesi in una provincia attigua, istituendovi un governo arbitrario, ed estendendone i confini sì da farne nello stesso tempo un esempio e un adatto strumento per introdurre in queste Colonie lo stesso governo assoluto; h) sopprimere le nostre carte statutarie, abolire le nostre validissime leggi, e mutare dalle fondamenta le forme dei nostri governi; i) sospendere i nostri corpi legislativi, e proclamarsi investito del potere di legiferare per noi in ogni e qualsiasi caso.
14) Egli ha abdicato al suo governo qui, dichiarandoci privati della sua protezione e facendo guerra contro di noi. 15) Egli ha predato sui nostri mari, ha devastato le nostre coste, ha incendiato le nostre città, ha distrutto le vite del nostro popolo. 16) Egli sta trasportando, in questo stesso momento, vasti eserciti di mercenari stranieri per completare l'opera di morte, di desolazione e di tirannia già iniziata con particolari casi di crudeltà e di perfidia che non trovano eguali nelle più barbare età, e sono del tutto indegni del capo di una nazione civile. 17) Egli ha costretto i nostri concittadini fatti prigionieri in alto mare a portare le armi contro il loro paese, a diventare carnefici dei loro amici e confratelli, o a cadere uccisi per mano di questi. 18) Egli ha incitato i nostri alla rivolta civile, e ha tentato di istigare contro gli abitanti delle nostre zone di frontiera i crudeli selvaggi indiani la cui ben nota norma di guerra è la distruzione indiscriminata di tutti gli avversari, di ogni età, sesso e condizione. A ogni momento mentre durava questa apprensione noi abbiamo chiesto, nei termini più umili, che fossero riparati i torti fattici; alle nostre ripetute petizioni non si è risposto se non con rinnovate ingiustizie. Un principe, il cui carattere si distingue così per tutte quelle azioni con cui si può definire un tiranno, non è adatto a governare un popolo libero. E d'altra parte non abbiamo mancato di riguardo ai nostri fratelli britannici. Di tanto in tanto li abbiamo avvisati dei tentativi fatti dal loro parlamento di estendere su di noi una illegale giurisdizione. Abbiamo ricordato ad essi le circostanze della nostra emigrazione e del nostro stanziamento in queste terre. Abbiamo fatto appello al loro innato senso di giustizia e alla loro magnanimità, e li abbiamo scongiurati per i legami dei nostri comuni parenti di sconfessare queste usurpazioni che inevitabilmente avrebbero interrotto i nostri legami e i nostri rapporti. Anch'essi sono stati sordi alla voce della giustizia, alla voce del sangue comune. Noi dobbiamo, perciò, rassegnarci alla necessità che denuncia la nostra separazione, e dobbiamo considerarli, come consideriamo gli altri uomini, nemici in guerra, amici in pace. Noi pertanto, Rappresentanti degli Stati Uniti d'America, riuniti in Congresso generale, appellandoci al Supremo Giudice dell'Universo per la rettitudine delle nostre intenzioni, nel nome e per l'autorità del buon popolo di queste Colonie, solennemente rendiamo di pubblica ragione e dichiariamo: che queste Colonie Unite sono, e per diritto devono essere, stati liberi e indipendenti; che esse sono sciolte da ogni sudditanza alla Corona britannica, e che ogni legame politico tra esse e lo Stato di Gran Bretagna è, e deve essere, del tutto sciolto; e che, come Stati liberi e indipendenti, essi hanno pieno potere di far guerra, concludere pace, contrarre alleanze, stabilire commercio e compilare tutti gli altri atti e le cose che gli stati indipendenti possono a buon diritto fare. E in appoggio a questa dichiarazione, con salda fede nella protezione della Divina Provvidenza, reciprocamente impegniamo le nostre vite, i nostri beni e il nostro sacro onore.» Filippo Mazzei, il Toscano che aiuto la stesura della Dichiarazione di Indipendenza Sebbene sia sconosciuto al grande pubblico, partecipò attivamente alla guerra d'indipendenza nord americana atlantica come agente mediatore all'acquisto di armi per la Virginia, ed è ritenuto dagli storici uno dei partecipanti alla Dichiarazione d'Indipendenza statunitense, in quanto intimo amico dei primi cinque presidenti statunitensi: George Washington, John Adams, James Madison, James Monroe e soprattutto Thomas Jefferson, di cui fu ispiratore, vicino di casa, socio in affari e con cui rimase in contatto epistolare fino alla morte. Figlio di una dinastia ancora esistente nel XXI Secolo, Mazzei studiò Medicina e nel 1754 si trasferì a Londra dove in 15 anni riuscì a diventare un piccolo imprenditore di prodotti mediterranei Iniziato alla Massoneria, conobbe nei circoli di Londra Benjamin Franklin e Thomas Adams, che da lì a pochi anni sarebbero stati tra i protagonisti della Rivoluzione Americana. Filippo Mazzei si trasferì in Virginia nel 1773, attirato sia dalla possibilità di sperimentare nuove coltivazioni sia dall’interesse per il sistema politico delle colonie americane, basato su forme di autogoverno locale e su principi giuridici di origine inglese. Arrivato in America con un gruppo di agricoltori toscani, entrò presto in contatto con Thomas Jefferson, che lo convinse a stabilirsi vicino alla sua tenuta di Monticello. Jefferson gli cedette una parte dei suoi terreni, dove Mazzei fondò la tenuta di Colle, ispirandosi alla campagna toscana. Tra i due nacque un rapporto duraturo, sia economico sia intellettuale, fondato su idee comuni di libertà e uguaglianza. Pur essendo partito con progetti agricoli e imprenditoriali, Mazzei fu rapidamente coinvolto nella vita politica della Virginia. Scrisse testi molto critici contro il dominio britannico e favorevoli ai diritti delle colonie. Alcune sue idee influenzarono Jefferson e furono riprese, almeno in parte, nei principi della Dichiarazione d’indipendenza americana. Mazzei partecipò anche alla politica locale, sostenendo la libertà religiosa e civile. Un suo scritto destinato ai delegati della contea di Albemarle fu usato da Jefferson come riferimento per un primo progetto di costituzione della Virginia. Sul piano economico, però, le sue iniziative agricole ebbero difficoltà: il clima e il terreno non favorirono vite e olivo, e una forte gelata nel 1774 danneggiò gravemente le coltivazioni. Nonostante ciò, Mazzei divenne cittadino della Virginia e sostenne attivamente la causa dell’indipendenza. Nel 1778 fu mandato in Europa da Jefferson e Madison per cercare finanziamenti, procurare armi e raccogliere informazioni utili alla nuova nazione americana. In questo periodo scrisse articoli, fece interventi pubblici e cercò di avviare rapporti commerciali e politici tra gli Stati europei e la Virginia. Per tali servizi fu ufficialmente retribuito dallo Stato della Virginia dal 1779 al 1784. Rientrato in Virginia nel 1783, con suo grande disappunto non fu nominato console. Ricevette l'incarico di amministratore della contea di Albemarle ma solo due anni dopo, nel 1785, lasciò per l'ultima volta il suolo americano, mantenendo comunque contatti epistolari con molti di quelli che sono definiti padri fondatori statunitensi e, in particolare, con Jefferson, che ebbe modo di reincontrare successivamente a Parigi. Sua moglie rimase fino alla sua morte nel 1788 alla tenuta del Colle, che Mazzei nel 1783 aveva donato alla figliastra, Margherita Maria Martini e al di lei marito, il francese Justin Pierre Plumard, conte De Rieux Il rapporto di Filippo Mazzei con Thomas Jefferson «[Mazzei] possiede capacità di prim'ordine... È stato un Whig zelante sin dall'inizio e credo che ci si possa fidare perfettamente della sua integrità. È molto ottimista sulle possibilità di servizio che potrebbe renderci in questa occasione e lo farebbe con un incarico molto moderato.» (Lettera di Thomas Jefferson a John Hancock, 19 ottobre 1778) «Sono spinto a questa risposta rapida a causa di un paragrafo allarmante nella tua lettera, ovvero che Mazzei sta venendo ad Annapolis. Tremo all'idea. So che per me sarà peggio del ritorno della mia doppia emicrania quotidiana.» (Lettera di Thomas Jefferson a James Madison, 16 marzo 1784) «[Un]'amicizia di 40 anni mi aveva dimostrato il suo grande valore; e un'amicizia, iniziata con la conoscenza personale, fu mantenuta dopo la separazione, senza diminuire, da un costante scambio di lettere. Anche la sua stima in questo paese era molto diffusa; la sua cooperazione precoce e zelante all'istituzione della nostra indipendenza gli aveva fatto guadagnare qui un grande favore.» (Lettera di Thomas Jefferson a Giovanni Carmignani, 18 luglio 1816) «"Le tue lettere... mi hanno portato la prima notizia della morte del mio vecchio amico Mazzei, che apprendo con sincero rammarico. Aveva alcune stranezze, e chi di noi non le ha? Ma era di valore solido; onesto, capace, zelante nei sani principi morali e politici, costante nell'amicizia e puntuale in tutte le sue iniziative. Era molto stimato in questo paese...» Inizialmente Jefferson nutriva grande fiducia in Mazzei, lodandolo per le sue capacità e integrità. Successivamente, il loro rapporto sembra aver subito una crisi, come testimonia la lettera a Madison. Tuttavia, negli ultimi anni di vita di Mazzei, Jefferson sembra aver ritrovato la stima nei suoi confronti, ricordandolo con affetto e riconoscendo il suo importante contributo alla Rivoluzione Americana.
Conclusioni L'impatto della cutura italiana non si ferma solo a Mazzei, la cui memoria solo dalla fine del XX Secolo ed in questo primo quarto del XXI Secolo inizia ad uscire fuori dalle pieghe della storia la sua personalità ed il suo contributo all'Indipendenza Americana. Più tardi Gaetani Filangeri contribuirà con la Scienza delle Legislazione alla stesura della Costituzione Americana, ma sarà oggetto di un altro articolo |












